Dal Molin: Lucio Turra scrive a il Giornale di Vicenza

Il consigliere della circoscrizione 6 della lista civica Vicenza Capoluogo, Lucio Turra, ha scritto in questi giorni al Direttore de Il Giornale di Vicenza, la seguente lettera:Preg. mo Direttore,Il dibattito sulla vicenda del nuovo progetto Dal Molin merita un'attenzione particolare soprattutto per un aspetto di fondo che è premessa a qualsiasi discussione che voglia approfondire nel dettaglio le varie questioni correlate all'adesione o meno al progetto.La questione di fondo previa si può tradurre in una domanda: ma qual è il progetto di città che i cittadini di Vicenza vogliono?La risposta a questo quesito riguarda tutti: dagli amministratori delle Istituzioni locali alle forze sociali ed imprenditoriali, dai comitati all'associazionismo di società civile, dalle parrocchie ai gruppi presenti nel territorio, da cittadini singoli a realtà aggregate spontanee. Anzi sul progetto Dal Molin dovrebbero anche essere coinvolti i comuni dell'area metropolitana comunque coinvolti per l'impatto che tale progetto potrebbe avere sul loro territorio.La seconda considerazione che mi pare importante è questa: al di là delle responsabilità oggettive sulla questione di merito che competono al Governo per i rapporti internazionali e le alleanze che fanno parte delle scelte del nostro Paese, ai cittadini di Vicenza ( e non solo loro) è chiesto di esprimere un parere di condivisione o meno del progetto.In una democrazia partecipata, ascoltare il parere dei cittadini non è aspetto da mettere in secondo piano. I processi condivisi che spesso ritroviamo richiamati in alcune leggi, non sono secondari alle decisioni da prendere in quanto rafforzano la scelta e sono da stimolo a migliorare i contorni che riguardano la decisione stessa.Chi sostiene che è una perdita di tempo trovare la pazienza di ascoltare i cittadini sceglie una forma di democrazia che è legata a lasciare a pochi le decisioni e semmai sfrutta gli effetti mediatici e di immagine per propri fini più che un paziente rispetto delle ragioni dell'altro. In società complesse come le nostre, la fretta e il forzare la mano hanno costi incalcolabili non tanto nel breve ma nel lungo periodo.Fatte queste due considerazioni di merito, voglio anch'io inserirmi nel dibattito però fuggendo da un luogo comune: l'essere pro o contro gli americani. Non mi appartiene questa logica. Si tratta di giudicare un progetto. Essere pro o contro mi pare una prospettiva politicamente e ideologicamente datata.Per restare alla domanda di fondo, su che progetto di città i vicentini abbiano in mente, credo sia importante chiedersi se il progetto Dal Molin possa essere staccato da un contesto più ampio e da uno sguardo più complessivo di città.Personalmente non sono d'accordo sul progetto letto e visto in un contesto a sè. Anzi dirò di più: è inaccettabile pensare al progetto Dal Molin fine a se stesso. E se così sono le cose, sin da subito va respinto perché il progetto o è inserito in un contesto urbanistico, ambientale, viabilistico, di qualità della vita, di scelte di vivibilità, o altrimenti è parziale e non sta in piedi.Ci sono altre considerazioni che meritano una valutazione ed un commento.Molti sostengono che il progetto Dal Molin vada sostenuto perché – si dice – è l'ultimo treno per lo sviluppo di Vicenza. Questa affermazione fa a dir poco sorridere. Se dobbiamo affidarci ad una nuova base americana per sostenere lo sviluppo di Vicenza penso che siamo proprio "alla frutta". Se era comprensibile 60 anni fa un piano Marshall per uscire dalla guerra, oggi proprio credo che Vicenza meriti qualcosa di più: più creatività, più decisione, più risorse costruite dallo sviluppo che abbiamo saputo dimostrare.Sulla questione della struttura aeroporto poi ci sarebbe molte considerazioni da fare. E' incredibile pensare che, dopo tanti progetti presentati e tanti soldi spesi da parte degli Enti Locali, qualcuno sostenga con la presenza della nuova base, (finalmente!) il rilancio di un aeroporto come il Dal Molin, che ricordo per i miopi era il più importante del Nord Est nel dopo guerra.Esiste un problema di posti di lavoro nel caso la nuova base americana non si faccia. L'Amministrazione Usa ha fatto capire che in caso di diniego anche la sede della Setaf, nell'ottica di ristrutturazione delle basi americane in Europa, potrebbe essere trasferita con problemi di posti di lavoro. Premesso che ci sono delle leggi a cui fare ricorso in casi di questo genere, certamente la perdita dei posti di lavoro non è mai qualcosa da sottovalutare. Tuttavia credo che non sia nemmeno sufficiente una difesa ad oltranza di 750 posti di lavoro per dire che dobbiamo comunque accettare una nuova base. Un progetto di così importanti dimensioni non può essere disgiunto dal contesto di qualità della vita che i cittadini di Vicenza hanno il diritto e dovere di ribadire e rivendicare. Non possiamo nasconderci il fatto che mancano numerose strutture viabilistiche, di servizi, funzionali ad accettare il progetto di insediamento di Via S. Antonino. Non possiamo negare alcune sollecitazione che provengono dagli abitanti degli quartieri interessati. Ed inoltre il progetto Dal Molin non potrebbe non essere inserito in una ridefinizione di spazi, sulla base del PAT in corso di discussione.C'è la questione poi della sicurezza e dei problemi che riguardano il terrorismo, tema di fondo che ci coinvolge tutti. E' vero che Vicenza è sempre stata da oltre cinquant'anni a questa parte un obiettivo sensibile e, per fortuna, non sono mai accaduti fatti che ci abbiano inquietato rispetto alla presenza americana a Vicenza, salvo il fatto di avere (all'epoca della cosiddetta guerra fredda) sotto i nostri Colli Berici qualche centinaia di missili a testata nucleare. Certo non va sottovalutato il problema. Ed anche una presenza aumentata di militari americani in due luoghi adiacenti,imporrebbe una sorta di costrizione alla nostra libertà su cui bisognerebbe fare qualche pensiero.C'è pure una grande esigenza, avvertita dalle persone più sensibili, di credere Vicenza una città più fraterna, che ricerca la pace, che vuole la pace ed uno spirito di fratellanza e che ripudia la logica della guerra e delle armi come strumenti per risolvere i conflitti. Su questo versante non posso che dichiarare la mia sensibilità per una città di pace più che di una città esageratamente militarizzata. Si badi bene che ho grande rispetto per chi crede e fa scelte alternative. Credo che Vicenza abbia già dato molto accettando, in una logica Europea, la presenza della Gendarmeria Europea e la presenza della base Setaf. C'è poi una questione importante poco considerata: fare un bilancio dell'integrazione degli americani a Vicenza. Mi pare che al di là di qualche festa, la base della Setaf nella presenza di tanti cittadini Usa sia stata per troppo tempo impenetrabile ad uno scambio culturale, sociale, perfino oserei dire religioso. Non c'è stato un vero e proprio scambio, visibile. Del resto qualcuno potrebbe anche dire che gli americani presenti fanno un lavoro che non può permettere grandi scambi. Mi sembra questo aspetto discutibile. Non si capisce perché si debba predicare l'integrazione agli altri stranieri presenti in città e non agli americani, siano essi civili o militari.Dopo questa lunga disamina mi sento di dire che non può essere sottovalutato il parere dei cittadini di Vicenza sulla questione anche se personalmente pensare ad un referendum per dire si o dire no mi pare che non risolverebbe il problema.Credo piuttosto che la scelta dovrebbe essere il frutto di un processo di scambio tra cittadini e Istituzioni più intenso ed aperto. Sulla questione Dal Molin c'è stata poca lungimiranza da parte degli amministratori locali e nazionali e anche poca trasparenza: Del progetto personalmente sono stato edotto da oltre un anno e mezzo a questa parte. E non si può pensare che il dibattito debba avvenire sulle sole pagine dei giornali (non me ne voglia Direttore!). Una società civile, Istituzioni responsabili, forze del lavoro e dell'impresa avrebbero dovuto trovare tavoli di discussione aperti e non chiusi, molto tempo fa.Credo con convinzione che il progetto in sé sia frutto di un rattoppo e pertanto non sia condivisibile. Mi pare ormai che da troppo tempo sia emersa la volontà di chiedere ad altri quello che avremmo dovuto pensare noi, con coraggio, determinazione e capacità di progetto per il bene e la crescita della nostra città. In conclusione penso che la discussione sul progetto Dal Molin abbia dimostrato ancora di più l'incapacità della classe dirigente vicentina di saper progettare la città, il nostro territorio, in maniera responsabile e condivisa. Lucio Turra

Pubblicato il 29/10/2006

Etichette: dal molin


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