Da Illy candidato sindaco al movimento nazionale delle liste civicheL'obiezione è consueta: il "modello Illy" ha funzionato e funziona soltanto perché c'è Riccardo Illy. E' una chiave di lettura viziata da un presupposto errato: che il movimento sia sorto attorno a Illy come Forza Italia è sorta attorno a Berlusconi. Ma le differenze sono abissali. Berlusconi ha dispiegato tutta la sua potenza finanziaria e la sua rete mediatica al servizio di un progetto politico coincidente con i suoi interessi personali. Illy, dal 1993 a oggi, dà costante prova, anche agli osservatori più scettici, di non aver interessi personali da salvaguardare attraverso la politica.Nell'estate del ‘93 Trieste viveva un momento assai delicato. L'amministrazione comunale era retta da un commissario prefettizio per l'impossibilità, a nemmeno un anno di distanza dalle precedenti elezioni, di coagulare una maggioranza. Alcuni esponenti di spicco della vita politica cittadina erano stati pesantemente implicati in Tangentopoli.In questo clima di deriva, nella parte più avvertita della classe politica affiorò la consapevolezza di dover compiere un passo indietro e di affidare la guida della città a una persona la cui immagine non si fosse mai compromessa con la politica. Da un gruppo di esponenti della vita economica e culturale della città, venne così fatto il nome di Riccardo Illy.Illy dettò chiare condizioni per accettare l'investitura: non avrebbe aderito a nessun partito, e avrebbe affidato gli incarichi di giunta in totale autonomia, come del resto prevedeva la nuova legge sull'elezione diretta dei sindaci.Riccardo Illy venne eletto al termine di una campagna che vissi al suo fianco quale responsabile del comitato elettorale (tre volontari più l'abnegazione intelligente della moglie Rossana; come sede un bugigattolo; un budget di nemmeno quaranta milioni). Non era l'Illy competente e carismatico che abbiamo oggi tra noi. Mi colpì tuttavia la sua apparenza di impassibilità che, con il tempo, avrei compreso essere determinata non dall'assenza di emozioni, bensì dalla capacità di filtrare ogni problema attraverso l'analisi razionale.Nella prima sua campagna elettorale, fu una dote che si rivelò utilissima. Il centrodestra lo attaccò scompostamente sul piano personale e la sua reazione misurata e ironica li trasformò da cacciatori in prede.Illy non ha mai rappresentato l'antipolitica. Però sin dal suo primo apparire sulla scena è stato avvertito, riconosciuto e apprezzato come uomo estraneo alle liturgie e ai riti della politica: seppe comunicare in maniera molto efficace la sua onestà intellettuale, che alle lusinghe compiacenti gli fa anteporre sempre la nuda verità; una coerenza talmente estrema da sfiorare talvolta la caparbietà; la tenacia operativa; uno stile discreto e garbato che tradisce le sue origini culturali di cittadino d'Europa.Illy svolse il suo apprendistato politico e amministrativo da primo cittadino, affiancato da una giunta composta tutta da tecnici indipendenti. Aveva portato in dote un cinque per cento circa di valore aggiunto alla coalizione che lo aveva sostenuto, e ciò lo convinse che esercitare il suo ruolo in piena autonomia fosse non soltanto il modo a lui più congeniale di operare per la città, ma anche la sola difesa dalla deriva politica verso destra registratasi alle politiche del 1994.Un episodio inedito, che per la prima volta mi sento oggi di rendere pubblico, mostra la portata della coerenza di Illy. A pochi giorni dal successo di Berlusconi, una delegazione di tre neoparlamentari di Forza Italia incontrò Illy in un colloquio durato quasi tre ore. La loro offerta era vantaggiosa, come s'usa dire delle offerte commerciali care al cavalier Berlusconi, ma Illy rifiutò di salire sul carro del vincitore, e lo fece col un garbo da galateo cinquecentesco conservato da allora nel gelo di una cella frigorifera.Illy usa citare il proverbio che ammonisce chi voglia abbattere un albero a prima affilare a puntino l'accetta. Negli ultimi due anni del suo primo mandato iniziammo a raccogliere i frutti della rigorosa programmazione cui come assessori eravamo tenuti, rispondendo a lui direttamente dell'attuazione dei programmi. Si era anche cementato il rapporto di fiducia con le forze politiche di maggioranza, che proteggevano con senso di lungimiranza l'autonomia operativa di sindaco e giunta, nella consapevolezza di difendere così il valore dell'iniziativa politica cui partecipavano.Il percorso politico – amministrativo di Illy ebbe la sua svolta nel febbraio 1997, quando a una mozione della minoranza consiliare, che chiedeva l'allontanamento degli assessori dai lavori del Consiglio, si aggiunse il voto di alcuni consiglieri di maggioranza.Mancavano nove mesi alla scadenza del mandato di Illy. Il quale prese atto del voto, lasciò l'aula solidale con la sua giunta, si consultò brevemente con essa e ritorno in Consiglio per il solo tempo necessario a rassegnare le dimissioni Aveva dinanzi a sé venti giorni per ripensarci e ritirarle. Non l'avesse fatto, gli sarebbe subentrato il vicesindaco e si sarebbe votato per il successore a primavera anziché in autunno.Illy ammetterà di essere stato molto tentato di ritornare sui suoi passi entro quei venti giorni. I partiti di riferimento avevano sconfessato lo sparuto drappello dei franchi tiratori e quest'ultimi avevano espresso il loro pentimento per l'accaduto.Prevalse infine la decisione di mantenere le dimissioni per poter cogliere in contropiede il centrodestra, che sapevamo essere distante dall'accordo sul candidato da opporre a Illy.Due fatti nuovi e determinanti entrambi incisero così su quelle elezioni anticipate. Il primo che in effetti si presentarono un candidato di Forza Italia e uno di Alleanza Nazionale e che le tensioni determinate dalla aspra competizione al primo turno fecero sì che tutto il consenso dell'uno non si riversasse sull'altro in sede di ballottaggio.Il secondo fatto nuovo. Sulla scheda apparve un simbolo di lista civica dai colori giallo e rosso e l'icona di Trieste trecentesco libero comune. Optammo per chiamarci "Con Illy per Trieste": "con" perché Illy non era nostro patrimonio esclusivo, anche se il nostro dichiarato autorevole riferimento.Raccogliendo quasi il quindici per cento dei suffragi, la Lista Illy portò nel nuovo Consiglio dieci eletti su un totale di quaranta. Riccardo Illy riconfermò in blocco la giunta che, nei centoventi giorni della supplenza, aveva fatto approvare dal Consiglio il bilancio e, fatto straordinario, addirittura il nuovo piano regolatore. Era una testimonianza viva dello spirito di concretezza e di coesione che nei tre anni e mezzo di suo governo civico Illy aveva saputo infondere negli assessori e nei consiglieri di maggioranza.Il secondo mandato fu per qualcuno di noi esperienza molto diversa da quella del primo. La presenza della lista civica in consiglio, quindi la sua esistenza quale soggetto politico, non poteva più far considerare tecnici prestati temporaneamente alla gestione della cosa pubblica quegli tra gli assessori che più direttamente si erano esposti per il suo successo.Di lì in avanti le fortune di Illy e della lista civica che sino all'anno scorso recava il suo nome non sarebbero più necessariamente coincise. Nel maggio 2001 Illy, candidato per la lista civica in associazione con l'Ulivo, conquistò il seggio alla Camera nel collegio di Trieste 2; candidato sotto gli stessi simboli, io ottenni nel collegio di Trieste 1 il miglior resto regionale tra i candidati apparentati nel proporzionale con la Margherita. Nel mese successivo, i nostri candidati da noi sostenuti per il Comune e la Provincia pagarono per l'onda lunga dell'effetto Berlusconi, e ne uscirono sconfitti.Infine, Illy avrebbe vinto la sfida poderosa per la presidenza della Regione, guidando la vasta coalizione di Intesa Democratica. La stessa coalizione avrebbe portato al seggio da lui reso vacante alla Camera il giovane Ettore Rosato. In entrambi i casi, determinante è stato l'apporto della componente civica, che sul territorio regionale aderisce anch'essa a Intesa Democratica.Anche questo è un segnale di come, attraverso Illy, si sia sperimentato un modello che presenta un carattere di esemplarità dal quale si possono attingere schemi di azione politica riproponibili. Intendo che il livello del successo politico di Riccardo Illy deriva dall'addizione del suo valore personale e del valore del modello che egli stesso ha creato. Di questo modello è cardine fondamentale che la definizione del programma e la costruzione delle alleanze debbano essere operazioni da condurre distintamente. Il programma ha assoluta precedenza.La coalizione si riconosce nella condivisione di quel programma, risultando la sommatoria delle forze che lo condividono e, sottoscrivendo il quale, assume con i cittadini un impegno chiaro per la sua realizzazione.Una trattativa, anche dura, sui contenuti programmatici garantisce la buona tenuta della coalizione. Tale metodo può meglio di altri consentire uno schieramento più largo delle attese iniziali o comunque di quello suggerito normalmente dalle aggregazioni fondate sulla affinità ideologica.Intesa Democratica ne è la riprova. Il modello Illy sa combinare dialetticamente stile pragmatico e idealità. Esso parte dai valori da realizzare e si affida a un'opera tenace di mediazione pragmatica.L'approccio pragmatico consiste anche nel prendere seriamente in considerazione l'esistenza e l'apporto dei partiti tradizionali, con i quali Illy, come abbiamo visto, ha sempre sviluppato un dialogo e un confronto.Un ultimo quesito potrebbe essere posto: se sia realizzabile altrove ciò che è stato possibile in una realtà così peculiare come la realtà di Trieste. La risposta è nei fatti: il modello Illy ha funzionato in modo eccellente anche nell'ambito territoriale estremamente complesso e disomogeneo della regione Friuli Venezia Giulia, né vi è ragione plausibile per ritenere ch'esso non possa funzionare in modo egregio pure su altre scale territoriali.Bisogna infatti prendere coscienza di come la vita politica italiana stia soffrendo di molti mali oscuri. Al crescente disamore per la partecipazione politica da parte dei cittadini si aggiungono le ormai scoperte vocazioni al pretorianesimo di condottieri senza scrupolo e dei loro capitani di ventura. L'istituto della democrazia corre oggi reali pericoli, a cominciare da quelli determinati dal monopolio dell'informazione.Io penso (e lo penso sulla traccia del cammino che ho percorso con Riccardo Illy) che sia necessario coinvolgere nell'impegno pubblico settori sempre più ampi della cittadinanza.Il Coordinamento Civico Nazionale, questo obiettivo prioritario deve porsi: di unire i cittadini in un ideale di partecipazione e di solidarietà, che contribuisca ad arginare il degrado istituzionale del Paese.L'esperienza che ciascuno di noi ha maturato e sta maturando nel lavoro sul territorio, a stretto contatto con la gente, fa sì che il nostro contributo prezioso consista nel riconosce e conoscere gli effettivi bisogni del Paese, dove bisogna saper coniugare le identità locali al valore irrinunciabile dell'unità nazionale.Roberto Damiani
Pubblicato il 27/03/2004
Etichette: liste civiche damiani
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