Preparandomi a questo incontro ho cercato di ripercorrere quelli che sono stati i nostri precedenti appuntamenti per ricercare, tra gli appunti che avevo scritto, se c’erano alcune parole chiave che potevano aiutarmi ad introdurre questa breve riflessione.
Il prof. Andrea Pase nel primo incontro mi ha lasciato l’idea del “territorio come luogo dove ancorare i nostri sogni”.
Mentre nel secondo incontro il prof. Lenzi ha posto l’accento “sull’ospitalità come forma umana dell’incontro con l’altro”.
Può allora l’Amministrazione comunale avere la capacità di sognare, di contribuire a cambiare il territorio e di renderlo ospitale per tutti?
Io penso proprio di sì e ciò può avvenire se chi amministra e chi è amministrato riescono ad instaurare quella logica eucaristica di cui ci ha appena parlato don Matteo Pasinato, logica che, a mio avviso, non può esimersi dalla convinzione che non si può stare a guardare le ferite di una città, le sue non riconciliazioni, dal di fuori, come spettatori o come arbitri, ma è necessario entrare dentro le decisioni e le ingiustizie per “soffrirle” fino in fondo.
È questo, in fondo, il ruolo che svolgono i servizi sociali del Comune in particolar modo le assistenti sociali, gli educatori, le assistenti domiciliari, il personale amministrativo.
C’è un forte desiderio di comunità nel seguire e farsi carico dei problemi sociali dei 260 adulti, 432 anziani, 299 minori che sono attualmente seguiti in questa zona 6 da parte dei 4 assistenti sociali, i 6 assistenti domiciliari, l’educatore e i 2 amministrativi messi a disposizione dal Comune.
Fanno invece molta fatica a sentirsi Comunità coloro i quali non hanno un lavoro o non riescono ad avere le risorse minime per una vita decorosa e che in questa Zona 6 corrispondono a
31 nuclei di adulti, 8 nuclei di anziani, 46 nuclei con minori.
Tutti nuclei che l’Amministrazione Comunale aiuta attraverso l’erogazione di contributi economici che tengono principalmente conto
della presenza di figli minori al fine di garantire condizioni di maggior tutela al loro benessere psicofisico;
della presenza di adulti che, per la loro inabilità lavorativa certificata (invalidi) non sono in grado di garantirsi un reddito sufficiente per vivere;
della presenza di anziani soli il cui reddito da pensione è inferiore al minimo vitale.
Ci sono inoltre azioni che, se compiute, provocano un cambiamento importante per chi abita nella nostra città: sono azioni semplici, piccole, quotidiane, come la cura della persona non autonoma, il riassetto della casa, il disbrigo di pratiche amministrative ordinarie e dei i controlli sanitari che in questa zona vengono fatte dagli assistenti domiciliari nei confronti dei 10 adulti e 50 anziani scelti tra chi è senza figli in condizione di non autosufficienza oppure ha i figli lontani o sono portatori di disabilità o di grave disagio sociale o sono adulti o anziani psichiatrici, dementi, alcolisti o emarginati gravi.
Come semplice, ma ricco di significato è anche il servizio di consegna dei pasti a domicilio fatto nei confronti di 6 adulti e 54 anziani che non possono provvedere alla preparazione in maniera autonoma.
Nella città, nella polis, a faticare sono anche i bambini e 24 di loro beneficiano di sostegni socio-educativi. Sono ragazzi e ragazze che presentano disagi psico-sociali e relazionali e che vengono seguiti dagli educatori e dagli assistenti sociali per 2 o 3 anni a seconda del raggiungimento degli obiettivi.
E poi c’è l’unità di strada di una cooperativa nostra collaboratrice costituita da un’operatrice, l’autista e un volontario che dal 2005, due notti la settimana, percorre viale S. Lazzaro per incontrare le 176 ragazze che si prostituiscono e per mostrare il volto di una città che non vuole lasciarle sole: un incontro breve, di una quindicina di minuti, sufficiente ad ascoltare i loro bisogni, dare informazioni sanitarie, lasciare un numero di cellulare per poter magari riprendere il contatto qualche giorno dopo, allora più lungo e meno controllato, in cui cercare di costruire un percorso per uscire da questa situazione di sfruttamento.
All’inizio ricordavo le parole del prof. Pase “…territorio come luogo dove incontrare i nostri sogni”.
Sono i “nostri” sogni e non i “miei” sogni che dobbiamo ancorare e così ci torna facile ricordare anche le parole di una famosa canzone brasiliana che il vescovo Dom Hélder Câmara citava spesso: “Quando uno sogna da solo, è solo un sogno; quando si sogna insieme, è la realtà che comincia”.
Per questo non possiamo costruire una città più giusta per tutti senza “un disegno organico, una visione chiara e integrale dell’uomo e dei suoi molteplici rapporti, e senza affrontare e risolvere le cause più profonde che sono alla base dell’attuale crisi, in particolare il grave calo di tensione morale e la perdita del riferimento a quei valori, un tempo condivisi, che affondano le loro radici nella tradizione e nella cultura cristiana nel nostro popolo”1
Ma dobbiamo soprattutto cercare di legare insieme le nostre piccole reti. Ognuno di noi infatti si costruisce la propria piccola rete. Spera che la propria famiglia, i pochi amici, il proprio gruppo possano rappresentare in qualche modo la comunità, la “mia” comunità.
Noi invece possiamo agganciare fra di loro tutte queste piccole reti, queste micro alleanze, queste piccole protezioni spesso autoreferenziali e chiuse all’esterno.
Sono sicuramente esperienze buone e importanti, ma devono aiutarci anche a fare un salto di qualità, ad allargarci alla comunità nel suo insieme, a contagiare il nostro quartiere e la nostra città. Spesso siamo troppo preoccupati che gli altri non spezzino questa nostra piccola rete e così non ci mescoliamo con nessuno, né con gli stranieri, né con i poveri, né con i ricchi, né con le persone con disabilità, né con i giovani, né con gli anziani, né con gli uomini né con le donne.
Preferiamo seguire una strada distinta, separata, altra, quando invece abbiamo bisogno di tessere relazioni nuove, essere una comunità che tutti include e nessuno esclude, qualunque sia la razza, la religione, la cultura.
Non possiamo vivere sentendo continuamente minacciati la propria vita, i propri cari, i propri beni, la propria sicurezza.
Abbiamo bisogno di contaminarci, di uscire dalle nostre case, dalle nostre piccole reti, di uscire dall’anonimato per incontrare l’altro e lasciarci riconoscere da lui.
La città è fatta di tutti i cittadini, senza esclusione alcuna e non sono neppure consentite le autoesclusioni rispetto alle quali è opportuno interrogarsi.
Tutti noi abbiamo bisogno della comunità civile che nasce e si costruisce con il contributo di tutti, anche con il nostro, personale, quotidiano apporto.
Non chiudiamoci in noi. Apriamoci. Colleghiamoci. Aiutiamo il rafforzamento della comunità civile e come dice il cardinale Tettamanzi impariamo soprattutto “ad amare la nostra città, a conoscerla, a cercarne l’anima nascosta”.
1 da “Stato sociale ed educazione alla socialità” - Commissione Giustizia e pace della CEI
Pubblicato il 20/05/2011
Etichette: giuliari giovanni assessore alla famiglia e alla pace servizi sociali
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